Assistere un genitore malato può diventare una scelta di vita, ma cosa succede se l’azienda non riconosce il valore di quel sacrificio? Simone ha deciso di prendersi cura della madre Anna, affetta da Alzheimer, sfruttando il congedo straordinario

Di giorno cercava di recuperare le energie, ma di notte rimaneva sveglio per vegliare su di lei. Quando il suo datore di lavoro lo ha scoperto, lo ha licenziato. Una scelta drastica, che ha scatenato una battaglia legale.
Solo dopo aver perso il lavoro, Simone è venuto a conoscenza di una sentenza della Corte di Cassazione, che avrebbe potuto cambiare il suo destino.

La questione non riguarda solo Simone e Anna, ma tutti coloro che si trovano nella difficile posizione di dover bilanciare lavoro e cura dei propri cari. E la sentenza della Cassazione n. 29062/2017 ha acceso un dibattito che tocca migliaia di famiglie.
Il diritto all’assistenza e il caso di Simone

Quando Simone ha chiesto il congedo biennale retribuito per assistere sua madre, nessuno gli ha spiegato che ogni sua scelta sarebbe stata messa sotto esame. Anna soffre di una forma avanzata di Alzheimer e la notte diventa particolarmente difficile: insonnia, agitazione e rischio di fuga richiedono una sorveglianza costante.

Simone ha organizzato le sue giornate di conseguenza: di notte accanto alla madre, di giorno per recuperare le forze. Un equilibrio precario, ma necessario per garantire ad Anna la miglior assistenza possibile.

Tuttavia, l’azienda per cui lavorava ha assunto un investigatore privato, che ha documentato la sua assenza da casa nelle ore diurne. Il risultato? Licenziamento immediato per utilizzo improprio del congedo. Solo dopo aver perso il lavoro, Simone ha scoperto che la Cassazione, con la sentenza n. 29062 del 5 dicembre 2017, aveva stabilito un principio fondamentale: il fatto che un lavoratore assista il familiare solo in determinate fasce orarie non costituisce automaticamente un abuso del congedo.

La sentenza della Cassazione cambia le regole del gioco?

La decisione della Cassazione rappresenta un punto di svolta, perché chiarisce che il congedo per assistere un familiare non obbliga il lavoratore a rimanere fisicamente accanto alla persona assistita 24 ore su 24. L’importante è che l’assistenza sia effettiva e continuativa, adattandosi alle necessità della persona malata.

Nel caso di Anna, i medici avevano confermato che le sue condizioni richiedevano vigilanza notturna, non necessariamente diurna. Di conseguenza, la scelta di Simone di dormire durante il giorno non era un abuso, bensì una necessità per poter svolgere il suo ruolo di caregiver in modo efficace.

Questo verdetto rafforza i diritti di chi assiste un familiare e impone alle aziende di valutare caso per caso, evitando licenziamenti ingiustificati.